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Intervista tratta dal Messagiero Veneto 19/07/ 2010 clicca per vedere l’articolo.

Pirac, l’orgoglio di essere naïf

di DOMENICO PECILE

Ennio, Ennio Pirac. Il cognome vero è quasi ininfluente. Pirac in croato significa foglia d’edera, «capace di insinuarsi ovunque senza che nessuno possa fermarla». Un po’ come lui che fa della sua caparbietà la bandiera di una vita. Faceva il rappresentante. S’è inventato pittore, pittore naïf. Genere un po’ ‘sopportato”, che piace poco ai salotti buoni e bene, che fa fare spallucce insofferenti ai critici d’arte. Lui, invece, ne va fiero. Udinese doc, 53enne, sposato da 35 anni, due figli, sa che nel novero degli artisti friulani è sicuramente il più snobbato. Ma è amato, noto, apprezzato altrove. Nemo propheta in patria? «No – è la replica secca –, è il genere, non io, a essere sottovalutato». La sua carriera artistica comincia con il terremoto del 1976.
Cosa c’entra il terremoto con il suo esordio artistico?
«Il terremoto ha cancellato il mio lavoro di anni, perché la gran parte dei miei clienti aveva chiuso i battenti. Io lavoravo proprio nella zona della pedemontana, quella più colpita. Fino all’ora dipingere era stato soltanto un hobby».
E come aveva scoperto questa sua passione?
«Perché mio padre, pure rappresentante, dipingeva a tempo perso. Genere figurativo».
Torniamo alla svolta artistica della sua vita…
«L’occasione fu una mostra a Cividale. Doveva esporre anche Darko Bevilacqua. Alla fine rinunciò. Sapeva che dipingevo. Mi chiese di esporre al suo posto. Accettai esponendo una quarantina di quadri di piccole dimensione, tutti naïfs. Questo succedeva 33 anni fa. Quel giorno decisi che avrei fatto soltanto il pittore».
Com’era nata la passione per il genere naïf?
«Perché mio padre Celso era amico di uno dei capiscuola della pittura naïve, il maestro Udiljak, che mi ha preso sotto la sua ala e mi ha insegnato la difficile tecnica su vetro. Per almeno 20 anni ho dipinto soltanto quadri naïfs, poi…».
Poi?
«Ho sentito anche il bisogno di cambiare ed esprimermi con materiali diversi».
Da rappresentante a pittore, così, di colpo quasi con un’autoimposizione. È stata dura?
«È stata durissima. Sia sotto il profilo economico sia sotto quello artistico. Anche perché nel post terremoto di certo la gente non pensava, né poteva farlo, all’arte».
E come ha superato questo momentaccio, come è riuscito ad affermarsi?
«Mah, essendo una persona testarda non ho desistito dalla mia folle idea di vivere di arte. Il tempo mi ha dato ragione. Ho dovuto però anche uscire dal Friuli e dall’Italia per farmi conoscere».
Come nasce la pittura naïve ed è vero che è un genere perlomeno bistrattato?
«È una pittura di nicchia nel senso che ci sono dei veri amanti del naïf. E chi l’apprezza la ama molto. Per fare un esempio banale, l’arte naïve può essere paragonata a un disco di Casadei».
In che senso?
«Nel senso che non ha segreti e tutti la possono capire. E per questo è genuina. Paradossalmente, i quadri naïfs non avrebbero bisogno neppure dei critici. E proprio per questo i critici d’arte non la amano».
Perché non hanno bisogno di spiegarla, di ‘venderla”?
«Esattamente. È talmente diretta che non ha bisogno di interpretazioni. È nata dai contadini della Val Dravina. D’inverno, durante le feste natalizie, erano rinchiusi in casa. A qualcuno è venuta l’idea di dipingere il paesaggio esterno innevato stando all’interno».
Lei la definisce un’arte complessa, difficile. Può spiegarla in poche parole e con un esempio?
«Si dipinge partendo dai particolari. È il contrario della tecnica su tela nel senso che si fa il quadro al contrario. Se devo dipingere una casa, parto dalla finestra, poi mi occupo della luce dentro la finestra, poi dipingo il muro e quindi lo sfondo dov’è appoggiata la casa e la luna, sempre dipingendo al contrario e tenendo conto delle ombre. Per capirci quando mi firmo scrivo Carip, vale a dire Pirac al contrario».
Scelta naïve che l’ha resa e la rende meno noto rispetto ai suoi colleghi friulani, però.
«Sì, questo accade in Friuli, ma non altrove».
Succede che i suoi colleghi la trattino un po’ dall’alto in basso?
«Come in tutti i lavori anche gli artisti sentono la competizione e i rapporti non sempre sono improntati alla sincerità. Ma posso dire di avere molti amici tra i pittori».
A esempio?
«A esempio Celiberti mi chiama fratello».
Quali sono le doti per diventare pittore?
«Tutti hanno delle doti artistiche. Spetta a ognuno di noi scoprirle, assecondarle e farle emergere».
Cosa suggerirebbe a un giovane talentuoso che si vede bloccato dai maestri più anziani?
«Di crederci, di non avere paura, di non lasciarsi ricattare e intimorire dalla paura di non farcela o dai problemi economici».
È più difficile che altrove fare gli artisti in Friuli?
«Sì, perché siamo lontano dai centri che contano».
Sia sincero: si sente sottostimato in Friuli?
«Sì, perché da oltre 30 anni lavoro con la massima serietà, scrupolosità e competenza. Credo di poter competere con chiunque sulle varie tecniche, poi alla fine però…».
Alla fine però?
«Qualsiasi cosa faccio resto un pittore naïf e torniamo al discorso di prima».
Un sogno nel cassetto?
«Sono appagato: volevo vivere di arte e ce l’ho fatta».
Quanto un artista è costretto a ‘vendersi” per vendere?
«Quando il mercato non lo riconosce come artista e magari riconosce altri ‘mercenari” come artisti. E ce ne sono tanti».
A lei è successo?
«Vivere di arte non è semplice soprattutto in questo periodo per cui tante volte bisogna assoggettarsi alla richiesta del mercato».
Come a esempio i suoi cuori?
«Certo, il ‘mercato” dell’amore è sempre florido, però in questo caso non mi sento molto artista ed è vero che un po’ li faccio per vivere».
Chi e cosa è un artista?
«Una persona che sente il bisogno di cambiare . Il confine tra un artista e un artigiano è che il primo sente il bisogno di cambiare mentre un bravissimo artigiano che fa la stessa cosa benissimo per tutta la vita non diventerà mai un’artista».
In conclusione?
«Sono orgoglioso di vivere d’arte. Sono orgoglioso di essere un pittore naïf perché sono l’unico in Friuli e forse anche nel Veneto. Mi sento appagato, fortunato. Ho fatto e continuerò a fare ciò che ho sempre sognato».